ESSERE IN CONTATTO
Dentro il TOAST! di aprile
Di cosa si è parlato questo mese: del momento “big tobacco” delle Big Tech, di piattaforme che se ne vanno e AI potenti che arrivano, del clima intorno alle AI.
Quello in cui Lollo ha fatto una digressione su Apple, perché «noi designer siamo fatti così», rilevando una forte (quasi fastidiosa) presenza di icone nei menu di sistema dopo l’ultimo aggiornamento a macOS Tahoe, che di fatto aumenta una certa confusione visiva, anziché ridurla.
TOAST! è un incontro dal vivo che facciamo una volta al mese per parlare di quello che è successo di interessante nel mondo della tecnologia, della cultura, della comunicazione e della pubblicità. È progettato e tenuto dalla nostra collaboratrice Sarah Marseglia, che ogni volta coinvolge anche un membro di Hagam per un intervento di approfondimento.
Ecco di cosa si è parlato questo mese. Stavolta di molte cose, in effetti.
A fine marzo Meta e Google si sono trovate ad affrontare una sentenza che, per la prima volta in assoluto, le ha ritenute responsabili di creare dipendenza negli utenti, di esserne al corrente da tempo, ma di non aver mai fatto nulla per rimediarvi. Una giuria in California ha condannato Meta e YouTube al pagamento di 6 milioni di dollari per risarcire una donna che le accusava di averle causato fin dall’infanzia una dipendenza da social network, generandole ansia, depressione e problemi legati alla sua immagine e al suo corpo. Gli avvocati della donna hanno sostenuto che entrambe le società avrebbero deliberatamente progettato prodotti che creano dipendenza, attraverso caratteristiche come lo scroll infinito dei contenuti, la riproduzione automatica dei video e i contenuti suggeriti dall’algoritmo.
Il giorno prima della sentenza di Los Angeles, una giuria del New Mexico ha condannato Meta a un risarcimento per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli delle sue piattaforme e di non aver protetto i minorenni dai predatori sessuali.
Queste sentenze creano un grande precedente per le cause già in corso e per quelle che verranno. «Alcuni esperti legali si chiedono se le grandi aziende tecnologiche stiano vivendo un momento simile a quello delle grandi aziende del tabacco, un riferimento al modo in cui i produttori di sigarette dovettero riorganizzare le proprie attività – a costi enormi – dopo che i tribunali stabilirono che alcuni dei loro prodotti creavano dipendenza ed erano dannosi.» [fonte: Is Big Tech Facing a Big Tobacco Moment?]
OpenAI ha annunciato la chiusura di Sora, l’app per creare video sintetici partendo da un testo e condividerli in un social network dedicato – ne avevamo parlato a ottobre. Che Altman voglia tornare a concentrarsi sull’AI in termini di strumenti professionali per gli utenti, vista la sfida continua con Anthropic su questo terreno? Che Sora fosse un buco nero di investimenti? Che l’accordo con Disney non abbia sortito l’effetto sperato? Che Sora abbia fatto emergere grossi problemi con la disinformazione e il copyright? [fonte: BBC]
Pare che Meta stia chiudendo definitivamente con il Metaverso: smantellamento delle strutture e tagli alle risorse impiegate, esprimono un significativo cambio di direzione per un’azienda che ha investito oltre 70 miliardi di dollari nel progetto e che aveva anche cambiato il suo nome, tanta era la fiducia in un futuro connesso alla realtà virtuale. [fonte: Techcrunch]
Ora, probabilmente, Meta concentrerà gli sforzi che un tempo riservava al Metaverso verso il potenziamento di dispositivi smart, come gli occhiali “AI glasses” (Ray-Ban e Oakley, prodotti in collaborazione con EssilorLuxottica) con cui gli utenti possono registrare video o interagire con Meta AI, che vendono molto bene, ma che ultimamente sono molto discussi perché non garantiscono la privacy né di chi li utilizza, né di chi viene ripreso. Un paio di articoli per approfondire: I video ripresi di nascosto con gli occhiali di Meta stanno diventando un problema [Il Post]; I tuoi video girati con gli occhiali Meta possono essere visionati da estranei [Wired].
Meta ha presentato Muse Spark, «il primo modello di intelligenza artificiale (AI) generativa sviluppato dall’azienda dopo la dispendiosa campagna di assunzioni con cui negli scorsi mesi aveva sottratto alla concorrenza alcuni dei professionisti più contesi del settore tecnologico. La presentazione di Muse Spark era un evento molto atteso perché in questi anni Meta è rimasta indietro nel campo delle AI, in particolare quelle generative come ChatGPT, e solo nell’ultimo anno ha speso decine di miliardi di dollari per provare a colmare il divario.» [fonte: Il Post]
Vincenzo Cosenza lo ha testato e «scoperto che i suoi punti di forza sono: integrazione spinta con Meta per fare ricerche approfondite su Facebook e Instagram; utilizzo di fino a 16 agenti in parallelo; completamente gratuito su Meta.ai». Qui si vede bene il primo punto in azione.
L’azienda statunitense Anthropic sostiene che l’ultima versione del suo modello di AI Claude Mythos sia troppo potente e pericolosa per essere resa disponibile a tutti e l’ha distribuita solo ad alcune aziende e istituzioni. Mythos è in grado di individuare falle di sicurezza nei sistemi di uso comune nelle aziende, anche in quelle finanziarie, mai state intercettate prima e potrebbe essere usato per violare qualunque sistema di sicurezza digitale. [fonte: Internazionale – The Economist]
A questo punto abbiamo discusso della qualità della conversazione pubblica intorno alle AI, del marketing della paura e della polarizzazione nel settore stesso, partendo dall’episodio Il grande divario delle AI del podcast Screenshot. Cose dai nostri schermi di Pietro Minto.
«Tra chi sviluppa e vende le intelligenze artificiali e il grande pubblico c’è un divario sempre più grande. Ed è un problema anche comunicativo, come dimostrano i sondaggi che, specie negli Stati Uniti, sembrano indicare una certa antipatia generale nei confronti di Sam Altman & Co. Per non parlare dei data center. Come uscirne?»
Abbiamo anche osservato come, dopo una fase iniziale di grande entusiasmo per le potenzialità dell’AI, sembrino crescere un sentimento di antipatia verso la tecnologia in sé, oltre a una tendenza a giudicare in negativo chi la utilizza. Questo man mano che l’uso di tali strumenti si diffonde e si integra sempre più nei processi lavorativi.








